Costituente del Pd/ -3 giorni al via
W è pronto a premere il tasto reset. Ma per Prodi deve 'resistere alle tentazioni'
All’indomani delle primarie, stravinte con oltre il 75 per cento dei voti, l’attenzione di tutti si rivolge all’indiscusso trionfatore del 14 ottobre: Walter Veltroni. Persino al di là delle sue intenzioni, infatti, non sarebbe facile per nessuno passare dall’incoronazione di tre milioni e trecentomila elettori alle trattative con tre senatori ribelli. Per sapere cosa potrebbe succedere dopo venerdì, clicca qui ("L’exit strategy di W. per evitare la sindrome Prodi: nuove primarie o autoesilio europeo", dal Foglio del 12 giugno 2008)

Roma. All’indomani delle primarie, stravinte con oltre il 75 per cento dei voti, l’attenzione di tutti si rivolge all’indiscusso trionfatore del 14 ottobre: Walter Veltroni. Persino al di là delle sue intenzioni, infatti, non sarebbe facile per nessuno passare dall’incoronazione di tre milioni e trecentomila elettori alle trattative con tre senatori ribelli; dall’acclamazione di domenica sera, con giornali e telegiornali tutti per lui, a vertici di maggioranza e assemblee di coalizione con un numero imprecisato di segretari di partito (contano anche Lamberto Dini e Willer Bordon?). Naturale, pertanto, che quando Veltroni parla di “rapporto dialettico” con il governo – nella conferenza stampa tenuta ieri sera per commentare il risultato – a più d’uno torni in mente lo “schema Tonini”.
Giorgio Tonini, senatore ds tra i più vicini a Veltroni, venerdì la sua previsione l’ha messa infatti nero su bianco, in un articolo per l’Adige (vedi il Foglio di sabato), chiedendo un voto a Veltroni per “resettare il centrosinistra”. E annunciando che a gennaio il nuovo segretario del Pd chiederà a Prodi “un chiarimento politico e programmatico nella coalizione: un programma essenziale di cose da fare… altrimenti, meglio staccare la spina e tornare al voto”. Parole che tornano in mente anche a un giornalista dell’Espresso, che in conferenza stampa le sottopone al neosegretario, chiedendogli un commento. “E’ una sua opinione – risponde Veltroni – ma io se vorrò dire qualcosa tenderò a farlo personalmente”. Affermazione preceduta però da un lungo elogio di Tonini, che è quasi offensivo definire suo “ghost-writer” o suo “collaboratore”, perché è “una delle menti migliori” del centrosinistra, un eminente senatore “i cui consigli sono per me preziosi”. Nel frattempo, il consigliere politico di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, Matteo Orfini, commenta così le parole di Tonini: “Abbiamo appena finito di parlare di discontinuità e innovazione, e poi chiediamo la verifica? Se così fosse, più che il tasto reset, mi sembrerebbe il tasto rewind”. Ma la sensazione è che lo “schema Tonini” trovi larghi consensi, specialmente tra coloro i cui consigli sono da Veltroni ritenuti preziosi. “Vuoi sapere se c’è una congiura contro Prodi? Certo che c’è – dice per l’appunto uno di loro – e il capo è Arturo Parisi”. Sembra una battuta, ma lo è solo fino a un certo punto. Il riferimento è all’intervista alla Stampa di ieri, in cui il ministro della Difesa è tornato a incalzare Veltroni sul referendum (di cui Parisi è un convintissimo sostenitore), domandandosi come possano convivere nel nuovo partito “uno stato maggiore schierato per il sistema tedesco, da D’Alema a Fassino a Rutelli, con uno staff del nuovo segretario che fa filtrare la contrarietà ad esso di Veltroni”. E lo “staff”, ieri, ringraziava sentitamente. Quello sul sistema tedesco è infatti oggi l’unico accordo possibile per evitare il referendum. Ma se a gennaio la Corte costituzionale ammetterà i quesiti, come appare probabile, a quel punto il governo Prodi avrà i giorni contati.
Giorgio Tonini, senatore ds tra i più vicini a Veltroni, venerdì la sua previsione l’ha messa infatti nero su bianco, in un articolo per l’Adige (vedi il Foglio di sabato), chiedendo un voto a Veltroni per “resettare il centrosinistra”. E annunciando che a gennaio il nuovo segretario del Pd chiederà a Prodi “un chiarimento politico e programmatico nella coalizione: un programma essenziale di cose da fare… altrimenti, meglio staccare la spina e tornare al voto”. Parole che tornano in mente anche a un giornalista dell’Espresso, che in conferenza stampa le sottopone al neosegretario, chiedendogli un commento. “E’ una sua opinione – risponde Veltroni – ma io se vorrò dire qualcosa tenderò a farlo personalmente”. Affermazione preceduta però da un lungo elogio di Tonini, che è quasi offensivo definire suo “ghost-writer” o suo “collaboratore”, perché è “una delle menti migliori” del centrosinistra, un eminente senatore “i cui consigli sono per me preziosi”. Nel frattempo, il consigliere politico di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, Matteo Orfini, commenta così le parole di Tonini: “Abbiamo appena finito di parlare di discontinuità e innovazione, e poi chiediamo la verifica? Se così fosse, più che il tasto reset, mi sembrerebbe il tasto rewind”. Ma la sensazione è che lo “schema Tonini” trovi larghi consensi, specialmente tra coloro i cui consigli sono da Veltroni ritenuti preziosi. “Vuoi sapere se c’è una congiura contro Prodi? Certo che c’è – dice per l’appunto uno di loro – e il capo è Arturo Parisi”. Sembra una battuta, ma lo è solo fino a un certo punto. Il riferimento è all’intervista alla Stampa di ieri, in cui il ministro della Difesa è tornato a incalzare Veltroni sul referendum (di cui Parisi è un convintissimo sostenitore), domandandosi come possano convivere nel nuovo partito “uno stato maggiore schierato per il sistema tedesco, da D’Alema a Fassino a Rutelli, con uno staff del nuovo segretario che fa filtrare la contrarietà ad esso di Veltroni”. E lo “staff”, ieri, ringraziava sentitamente. Quello sul sistema tedesco è infatti oggi l’unico accordo possibile per evitare il referendum. Ma se a gennaio la Corte costituzionale ammetterà i quesiti, come appare probabile, a quel punto il governo Prodi avrà i giorni contati.
I partiti minori lo hanno detto chiaramente. Pur di evitare il referendum, che li farebbe scomparire dalla scheda elettorale, più di un partito della maggioranza è pronto a “staccare la spina” all’esecutivo. E così si torna allo “schema Tonini”, quando a gennaio, dopo la Finanziaria – e dopo il parere della Consulta sui quesiti – Veltroni chiederà la verifica.
E’ vero che il diretto interessato ha detto ieri che questa è “un’opinione” di Tonini, ma è vero pure che non l’ha definita nemmeno “sbagliata”. E’ vero che ha ripetuto mille volte che il Partito democratico sosterrà il governo, ma è vero pure che ha ripetuto un milione di volte che il Partito democratico dovrà caratterizzarsi per la discontinuità, e che pertanto continuerà a delineare il “suo” programma (“cos’altro dovrebbe fare un nuovo partito, se non questo?”) e a “coltivare la sua vocazione maggioritaria”. Espressione, peraltro, che il neosegretario deve proprio a Tonini.
Naturalmente non manca, all’inizio della conferenza, l’elenco dei risultati del governo. Questi: un risanamento “importante”, un pacchetto di liberalizzazioni “consistente”, una politica estera “significativa”, scelte sulla cultura “importanti”. Quanto alla legge elettorale, ebbene: “La legge elettorale è importante, ma sarebbe bene collocare la legge elettorale nel processo più ampio delle riforme costituzionali che servono al paese”, perché la legge elettorale, “da sola”, non risolve i problemi. Un parlamentare rutelliano conferma: “E’ evidente che la posizione di Veltroni a favore del referendum e contro il sistema tedesco punta a far saltare il banco”, cioè il governo. “E’ l’unico tassello mancante dell’articolo di Tonini, ma è quello decisivo”. Il coordinatore prodiano del comitato promotore del Pd (quello dei 45), Mario Barbi, assicura: “Prodi e Veltroni sono entrambi legati l’uno all’altro. Hanno bisogno ognuno del successo dell’altro”. Il parlamentare Franco Monaco, anche lui vicinissimo a Prodi, aggiunge: “Non ho ragione di dubitare delle parole pronunciate oggi da Prodi e Veltroni. Cioè che il Pd giovi al governo e viceversa”. Ma la sua definizione del Pd come “partito a vocazione coalizionale e di governo” sembra proprio una risposta a Veltroni e alla sua “vocazione maggioritaria”. Quanto a Romano Prodi, dopo aver fatto “auguri di cuore a Walter per il risultato conseguito”, ha detto: “Veltroni ha una leadership forte, ora bisogna vedere come verrà usata: se a favore o contro il governo”. Poi, in una lettera al neosegretario, ha aggiunto: “So che ci saranno passaggi non facili, tensioni e tentazioni. Ma so anche che non cederemo a nessuna di esse, perché siamo ben coscienti dei nostri compiti e delle nostre responsabilità”.
E’ vero che il diretto interessato ha detto ieri che questa è “un’opinione” di Tonini, ma è vero pure che non l’ha definita nemmeno “sbagliata”. E’ vero che ha ripetuto mille volte che il Partito democratico sosterrà il governo, ma è vero pure che ha ripetuto un milione di volte che il Partito democratico dovrà caratterizzarsi per la discontinuità, e che pertanto continuerà a delineare il “suo” programma (“cos’altro dovrebbe fare un nuovo partito, se non questo?”) e a “coltivare la sua vocazione maggioritaria”. Espressione, peraltro, che il neosegretario deve proprio a Tonini.
Naturalmente non manca, all’inizio della conferenza, l’elenco dei risultati del governo. Questi: un risanamento “importante”, un pacchetto di liberalizzazioni “consistente”, una politica estera “significativa”, scelte sulla cultura “importanti”. Quanto alla legge elettorale, ebbene: “La legge elettorale è importante, ma sarebbe bene collocare la legge elettorale nel processo più ampio delle riforme costituzionali che servono al paese”, perché la legge elettorale, “da sola”, non risolve i problemi. Un parlamentare rutelliano conferma: “E’ evidente che la posizione di Veltroni a favore del referendum e contro il sistema tedesco punta a far saltare il banco”, cioè il governo. “E’ l’unico tassello mancante dell’articolo di Tonini, ma è quello decisivo”. Il coordinatore prodiano del comitato promotore del Pd (quello dei 45), Mario Barbi, assicura: “Prodi e Veltroni sono entrambi legati l’uno all’altro. Hanno bisogno ognuno del successo dell’altro”. Il parlamentare Franco Monaco, anche lui vicinissimo a Prodi, aggiunge: “Non ho ragione di dubitare delle parole pronunciate oggi da Prodi e Veltroni. Cioè che il Pd giovi al governo e viceversa”. Ma la sua definizione del Pd come “partito a vocazione coalizionale e di governo” sembra proprio una risposta a Veltroni e alla sua “vocazione maggioritaria”. Quanto a Romano Prodi, dopo aver fatto “auguri di cuore a Walter per il risultato conseguito”, ha detto: “Veltroni ha una leadership forte, ora bisogna vedere come verrà usata: se a favore o contro il governo”. Poi, in una lettera al neosegretario, ha aggiunto: “So che ci saranno passaggi non facili, tensioni e tentazioni. Ma so anche che non cederemo a nessuna di esse, perché siamo ben coscienti dei nostri compiti e delle nostre responsabilità”.
Per sapere cosa potrebbe succedere dopo venerdì, clicca qui ("L’exit strategy di W. per evitare la sindrome Prodi: nuove primarie o autoesilio europeo", dal Foglio del 12 giugno 2008)